Brexit

Brexit, da catastrofe annunciata a opportunità per l'Italia

Paolo Besio Paolo Besio

Il 23 giugno 2016 il 51,6% dei cittadini del Regno Unito, chiamati al referendum consultivo sulla c.d. “Brexit”, ha votato per lasciare l’Unione Europea.

Già nelle prime ore successive al verdetto delle urne, le opinioni degli economisti sembravano indicare che questa scelta avrebbe causato un’immediata catastrofe per i mercati e per l’economia continentale.

A distanza di qualche mese, si può affermare che l’annunciata catastrofe non si è verificata.

Per quanto riguarda il processo, l’autorizzazione dal Parlamento inglese è arrivata solo lo scorso 13 marzo e, dopo il consenso formale della Regina (Royal Assent), il Regno Unito ha notificato il 29 marzo 2017 all’UE la sua volontà, facendo attivare l’art. 50 del Trattato di Lisbona.

I tempi si prospettano piuttosto lunghi, dal momento che il Governo di Londra e la Commissione UE avranno due anni di tempo (estendibili) per negoziare un accordo.

In ogni caso, pare ormai assodato che, almeno per le imprese italiane, l’uscita del Regno Unito dalla UE non dovrebbe comportare le conseguenze catastrofiche inizialmente ipotizzate.

L’Italia, infatti, è tra gli Stati della Unione Europea meno vulnerabili alla Brexit secondo lo Standard&Poor’s Brexit Sensitivity Index: le esportazioni italiane verso il Regno Unito ammonterebbero all’1,6% del PIL e gli investimenti diretti nel Regno Unito solo allo 0,2%.

Senza dimenticare che, secondo uno studio di Intermonte Advisory, l’esposizione delle aziende italiane è piuttosto modesta e concentrata su poche società: nel FTSE Mib, solo tre società hanno un export verso la Gran Bretagna superiore al 10%.

L’entità reale dell’impatto dipenderà certamente dall’esito della negoziazione con l’Unione Europea, ma sembra possibile immaginare che una diminuzione dell’export dovuto ai dazi o a una contrazione della domanda interna britannica non dovrebbe avere effetti drammatici sul sistema economico italiano.

Anzi, per certi versi la Brexit potrebbe essere addirittura un’opportunità.

Visto che nel comparto creditizio, assicurativo e del trasporto aereo regolamenti e autorizzazioni sono prevalentemente di origine comunitaria, i soggetti residenti nel Regno Unito potrebbero dover trasferire la loro sede in un altro Stato dell’Unione per poter continuare ad avere un “passaporto” comunitario e prestare la propria attività.

Molte realtà, insomma, saranno costrette a trasferirsi da Londra ad altro Stato e l’Italia può rappresentare una valida destinazione.

Se il Sistema Paese sarà in grado di avere la giusta stabilità e iniziative mirate che ne aumentino l’attrattività, nulla vieta che la “nuova City” sia italiana.

Grazie alla Brexit.

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