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Diversity: solo il 14% delle aziende la incentiva davvero

Report “Diversity snapshot: ethnicity, age and gender”

I risultati del report “Diversity snapshot: ethnicity, age and gender” realizzato da Grant Thornton rivelano che nonostante sia ormai dimostrato che la diversity apporti un vantaggio competitivo, molte imprese sono ancora restie a prendere provvedimenti concreti in tal senso. 

 

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Lo studio di Grant Thornton ha analizzato il grado di diversity di circa 2.500 aziende (tra cui 50 italiane) distribuite in 35 Paesi in tre ambiti: la diversity riferita all’età, quella relativa alla composizione etnica dei team e quella legata al genere.

Dal punto di vista della distribuzione geografica l’Europa è l’area in cui le tutte e tre le categorie di diversità raggiungono i livelli più bassi. La ragione? “Oggi la maggior parte delle imprese, soprattutto nel Vecchio Continente, si limita a seguire il mutamento sociale e non ad anticiparlo o guidarlo. Inoltre, al di là delle dimostrazioni di interesse, le imprese faticano a essere consapevoli dei risvolti economici positivi che la diversity, a tutti i livelli, porta nel business”, spiega Gabriele Labombarda in un'intervista con Il Sole 24 Ore (leggi l'intervista completa).

Solo il 31% delle aziende intervistate ha dichiarato di ritenere importante la diversity etnica e solo l’11% ha messo in campo policy specifiche o iniziative volte a incrementarla. Ma si tratta di un dato che riflette, più che la volontà delle imprese, la reale composizione etnica di alcuni Paesi. “Viviamo in una società – commenta Labombarda – in cui la diversità etnica a livello imprenditoriale è ancora sotto rappresentata, eccetto che in pochi casi in cui all’origine, più che la volontà dell’azienda di diversificare, c’è la capacità di un singolo individuo.

Le imprese estere che comprano qui mandano, almeno per i primi anni, manager stranieri a guidare le imprese e questo può aiutare a diffondere una cultura di maggior accettazione della diversità etnica”.

Per quanto riguarda l’età dei team, il 51% delle aziende intervistate ha dichiarato che avere dei gruppi di lavoro eterogenei sotto il profilo dell’età è importante. Nel concreto solo un quarto (26%) dei team senior, a livello globale, include persone oltre i 64 anni e un numero simile (24%) ha un dirigente che ha 35 anni o meno, soprattutto imprese di tecnologia. “Nel caso dell’Italia – precisa Labombarda – questi numeri sono sicuramente maggiori perché il nostro tessuto imprenditoriale è fatto di aziende familiari in cui spesso convivono al comando due o tre generazioni”.

Infine, solo il 38% delle aziende intervistate, ha dichiarato di considerare la diversità di genere importante e solo il 14% ha intenzione di intraprendere azioni in questo settore. “In Italia il cambiamento a livello di CdA è stato imposto da una legge (Golfo-Mosca) e tuttavia la presenza femminile al vertice delle aziende continua ad essere limitata, anche quando si parla di imprese familiari”.

Il motivo è da ricercare in una mentalità che continua a concepire il business come qualcosa “che viaggia di padre in figlio e non di padre in figlia, anche se è proprio dalle donne che potrebbe arrivare quel cambio di visione capace di trovare nuove strade per business che rischiano di non riuscire a stare al passo con i tempi”.

 

Differenze regionali nel numero di imprese che considerano la diversità importante e nel numero di imprese che stanno mettendo in atto azioni per aumentarla

Simonetta La Grutta commenta:

“Anche quest’anno i risultati della survey evidenziano come il cambiamento culturale da porre alla base della definizione di azioni concrete e condivise, volte all’effettiva implementazione della diversity, è avvenuto in misura molto limitata. Un contributo essenziale, in questo senso, possono darlo anche i soggetti portatori delle specialty che derivano dall’eterogeneità, rendendo chiaramente percettibile il plus - in termini di competenze operative, tecniche, manageriali - con il quale concretamente contribuiscono alla crescita delle organizzazioni di cui fanno parte, se realmente coinvolti.” Leggi l'intervista ad Affari & Finanza [ 435 kb ].

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